Previsione di spesa: tagli e proteste

palazzo Chigi
Attualità 06 Luglio 2012

Il decreto legge di revisione di spesa è stato approvato dopo una riunione lunghissima (sette ore) del consiglio dei ministri. Confermate molte delle voci che circolavano ormai da giorni, mentre altre sono state modificate o eliminate, anche a seguito dei malumori che avevano scatenato. I provvedimenti approvati nel Cdm sono per gran parte largamente condivisibili, anche e soprattutto perché è incontestabile che il governo dei tecnici in questi mesi abbia iniziato a mettere le mani dove pochissimi prima avevano osato.

Secondo il governo il provvedimento garantirà risparmi di 4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014, contemporaneamente sono stati stanziati due miliardi di euro per la ricostruzione delle zone terremotate di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto (un miliardo nel 2013 e uno nel 2014). Confermati i fondi per salvaguardare altri 55 mila lavoratori “esodati”. E’ stato scongiurato l’aumento dell’Iva a ottobre, ma sospeso fino al 30 giugno 2013, quindi probabilmente soltanto rinviato di qualche mese. Per scongiurarlo definitivamente dovranno essere “trovati” altri 6 miliardi. Evitato anche il taglio dei piccoli ospedali (quelli con meno di 80 posti letto), mentre la potatura è scattata inesorabile per i piccoli tribunali e le sezioni distaccate. Bloccate l’affidamento di consulenze ai dipendenti pubblici in pensione. I consigli di amministrazione delle società a totale capitale pubblico, avranno solo tre membri. Riduzione dell’organico (non inferiore al 10%) delle forze armate. Confermati i tagli nella pubblica amministrazione, –20% di dirigenti e –10% di altro personale, riduzione delle spese per le cosiddette auto blu, per i buoni pasto e per i contratti di acquisti; bloccati anche gli adeguamenti degli affitti pagati dallo Stato. Sono saltati i fondi per le scuole private (la cui sola ipotesi aveva già scatenato proteste), ma comunque spuntano fuori 10 milioni per università non statali.

Ma alcuni punti restano intatti (o è forse meglio dire intoccabili?): su tutti le pensioni cosiddette d’oro e, subito a ruota, le regioni a statuto speciale. Questi continuano a essere argomenti tabù, non se ne può nemmeno parlare. Ma, sarà possibile riuscire a superare la crisi senza affrontare questi argomenti? In queste ore i forum sono inondati da proteste di cittadini e molte vertono proprio su questi punti.

Le regioni a statuto speciale restano fuori, ma è lì che si concentrano ancora sprechi più o meno grandi, con norme che ormai in quelle a statuto ordinario sono state cambiate da anni. Ma è giusto che nello stesso paese si continuino a usare due pesi e due misure? Se nell’immediato dopoguerra regioni di frontiera e di minoranze linguistiche ed etniche era giusto fare regioni a statuto speciale (qualche dubbio rimane per Sicilia e Sardegna), oggi questa disparità è fuori luogo.

Capitolo province: dopo un lungo tira e molla, sembra ormai certo che le province verranno accorpate, tenendo conto di almeno due di tre requisiti minimi (350 mila abitanti, 50 comuni e un territorio di almeno 3 mila chilometri quadrati), in questo caso passerebbero dalle attuali 109 a 54. Anche qui però si continua da mesi a girare intorno al problema: che senso ha, lasciare in vita una sola provincia in molte regioni (Umbria, Molise, Basilicata, addirittura nessuna in Toscana, visto che Firenze sarà una città metropolitana)? Oppure, trasformare le province delle grandi città in aree metropolitane? Se questi enti intermedi non sono utili in alcune città, non lo sono neanche in tutte le altre.

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