La storia “glocale” di Simonetta: i rapporti tra eventi locali e storia globale

Marcello Simonetta
Cultura 13 Agosto 2012

di Cesare Coppari

«La ricchezza della storia italiana è spesso il risultato delle vicende locali ed è determinante riflettere sul rapporto fra eventi locali con la storia globale. Ho trovato diverse novità sulla figura di Carlo Fortebracci da Montone, nemico giurato di Federico da Montefeltro e fedele servitore dei Medici, oltre che di Venezia, fino alla sua morte». Storico per passione, detective per vocazione, consulente di videogiochi per divertimento, Marcello Simonetta compie un affascinante viaggio tra i misteri della nostra storia moderna di cui abbiamo parlato con il giovane storico italiano che più ha saputo incuriosire gli interpreti della Storia e i lettori delle storie con opere come “L’enigma Montefeltro” (Rizzoli 2008; BUR 2010) e “Il fratello ribelle di Napoleone” (Bompiani 2011), scritta in collaborazione con Noga Arikha.

Professor Marcello Simonetta, da dove nasce la sua passione per la storia in generale e per il Rinascimento in particolare?

«La storia mi ha sempre appassionato come il crocevia fra realtà e immaginazione. Per quanti fatti e documenti possiamo raccogliere su un periodo particolare, non potremo mai pienamente comprendere cosa avviene nella mente degli individui o delle masse che partecipano e determinano gli eventi. E’ la qualità imponderabile della storia che mi attrae. Il Rinascimento è un’epoca particolarmente affascinante per la sua ricchezza politica, artistica e culturale: e sono convinto che i grandi capolavori ne contengono gli enigmi».

In che senso il lavoro dello storico si avvicina a quello del detective?

«Lo storico deve decrittare il passato e scoprire i moventi e i mandanti delle azioni, soprattutto di quelle malvagie o criminali che di solito hanno l’impatto più drammatico sul corso degli eventi. In questo senso il lavoro del detective non è così diverso da quello dello storico».

Una vocazione che lei sembra aver ereditato insieme ai geni e al nome da un importante personaggio storico del Risorgimento, Cicco Simonetta. Chi era costui?

«Cicco era l’uomo dell’ombra: per questo pochi si ricordano di lui. Eppure Machiavelli lo loda come “uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”. Calabrese di origine, seguì Francesco Sforza per vent’anni nelle sue peripezie di capitano di ventura. Una fedeltà che il grande condottiero, divenuto duca di Milano nel 1450, ripagò con il ruolo più delicato, quello di Segretario, cioè di tesoriere dei segreti. Cicco mise in piedi un’organizzazione statale che lo storico Chabod considerava la prima che si avvicinasse per complessità ed efficienza allo stato moderno. Come re della Cancelleria, Cicco controllava il flusso delle informazioni riservate in tutta Italia e in Europa».

In che modo Cicco l’ha aiutata nel suo lavoro?

«Cicco era, per necessità di mestiere, un esperto di crittografia. Inviava centinaia di dispacci cifrati ai suoi ambasciatori e spioni, che gli rispondevano usando ciascuno un codice personalizzato. Quando una lettera dei suoi avversari veniva intercettata, era pronto a decifrarla con la massima celerità possibile, per poter prevenire i pericoli incombenti. Per interpretare la lettera cifrata da me rinvenuta nell’archivio privato Ubaldini di Urbino, ho usato le tecniche di Cicco descritte nel suo Diario e sottratte all’archivio di Milano su ordine di Napoleone (e infatti oggi si trovano nella Bibliothèque Nationale de France, a Parigi)».

Al centro del suo “L’enigma Montefeltro”, tale lettera ha suscitato l’interesse del grande pubblico. Perché?

«Perché toglie la Congiura dei Pazzi dalla dimensione locale in cui era stata confinata per circa mezzo millennio e la consegna alla politica internazionale del tempo. “Affare di Stato” anziché “di famiglia”, la morte di Giuliano e del ferimento di Lorenzo de’ Medici appare il frutto di una congiura orchestrata da papa Sisto IV e dal nipote Girolamo Riario, Signore di Imola, con la partecipazione del re di Napoli Ferrante d'Aragona e del duca di Urbino Federico da Montefeltro, candidatosi al ruolo di arbitro degli equilibri tra le potenze italiane già all’indomani dell’uccisione di Galeazzo Maria Sforza, figlio di Francesco».

Una strategia, quella del Duca di Urbino, che troverà attuazione anche in Umbria. È dalla natia Gubbio, che il 2 luglio 1477, Federico invia un messaggio proprio a Cicco. A quale scopo?

«Federico invia a Cicco un avvertimento mafioso. Sostanzialmente gli dice che seguirà i “pericolosi pericoli” di Lorenzo de’ Medici, rischierà di finire molto male. Ma Cicco sfiderà coraggiosamente quella minaccia, per fedeltà al progetto di pacificazione della penisola che univa Milano a Firenze.»

Appena due mesi più tardi, nel settembre del 1477, Federico prende d’assedio la Montone di Carlo Fortebracci. Perché?

«L’Umbria era il fulcro delle tensioni strategiche per l’egemonia sull’Italia centrale. Il papa, Sisto IV, voleva riacquistare il controllo di città che si erano ribellate alla dominazione ecclesiastica. Nel 1474 Spoleto e Todi furono orribilmente saccheggiate dalle truppe papali al comando di Giuliano Della Rovere, il futuro papa guerriero Giulio II. Ma di fronte alle mura di Città di Castello la macchina militare trovò l’ostacolo di Nicolò Vitelli, una vecchia volpe che riceveva segretamente il sostegno dei fiorentini, ai quali non piacevano le aggressive ambizioni del pontefice. Ci voleva un’altra volpe per sbloccare la situazione. Dunque Sisto IV conferì a Federico da Montefeltro il titolo ducale e, forte di quell’investitura e delle sue celebri bombarde, convinse il Vitelli a cedere in cambio dell’incolumità sua e dei suoi concittadini».

Quale vantaggio sperava di ottenere il Duca di Urbino dal complotto antimediceo e quali conseguenze patì dal suo fallimento?

«Federico era un mercenario, e gli interessava soprattutto il consolidamento del suo potere. Se la congiura fosse andata in porto, lui avrebbe ottenuto Arezzo, ed allargato il suo territorio in maniera decisiva. Quando fu chiamato a combattere Firenze apertamente, mise la Toscana in ginocchio. Ma dopo la pace ottenuta da Lorenzo dal re di Napoli aggirando la furia vendicativa del papa, Federico non ebbe difficoltà a farsi stipendiare dallo stesso Lorenzo, l’uomo che aveva cercato di eliminare qualche anno prima. E’ anche per questo che la sua attivissima partecipazione alla congiura antimedicea è rimasta segreta per più di un mezzo millennio».

Più recente, anche se ugualmente fitta, la nebbia calata sui rapporti tra Napoleone e Luciano Bonaparte. Ma basta l’addensarsi del mistero per accomunare esistenze spazialmente e culturalmente tanto distanti?

«Più che il destino storiografico, a permettere di confrontare gli inconfondibili profili del Duca e dell’Imperatore sono qualità e difetti. Formidabili strateghi militari, furono entrambi portati a vedere in ogni uomo potente o dotato un potenziale nemico a cui nascondere le proprie vere intenzioni. Una tendenza alla manipolazione che non risparmiò alleati, come il Magnifico Lorenzo de' Medici; e familiari, come Luciano Bonaparte, che prese la via dell’Italia piuttosto che assoggettarsi alle prepotenze del fratello».

Pur fissando la propria dimora altrove, l’Umbria fa spesso da palcoscenico del volontario esilio di Luciano Bonaparte…

«Luciano Bonaparte divenne principe di Canino e si dedicò, fra le altre cose, all’archeologia etrusca fra il Viterbese e l’Orvietano, creando la prima raccolta di antichità etrusche al mondo. Ma il legame di Luciano con l’Umbria fu anche di sangue: sua nipote Luciana sposò il senatore perugino Zeffirino Faina, e portò in dote le carte più intime della famiglia del nonno, incluse le sue Memorie inedite, grazie alle quali sono riuscito, con mia moglie Noga Arikha, a raccontare la sua vera storia».

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