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Quando la “Ciccia” è indigesta

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Mentre questo articolo viene scritto, siamo ancora nel pieno del festival “Ciccia”. Non vogliamo aspettare le battute finali e andare a fare calcoli sull’affluenza (che, comunque, pare sia buona; si parla di circa 5mila biglietti venduti) ma vogliamo rifletterci sopra, un po’ seriamente e un po’ no.

Ieri sera, all’ora di cena, un gruppo di ragazzi sulla ventina ci ha fermati in Piazza 40 Martiri chiedendoci “dove si trova la sagra?”.
Sì, la stessa piazza fotografata e pubblicata orgogliosamente sui social da un consigliere comunale che voleva mostrare la folla alla biglietteria di Ciccia. Folla che evidentemente si è dispersa velocemente, perché le giovani coppie non avevano minimamente notato la presenza dei casottini di fronte al Monumento. O, forse, non li hanno visti perché quella zona della piazza è pressoché al buio? Non lo sapremo mai.
Comunque. Cercavano la sagra. Sagra. Perché possiamo chiamarli anche “festival” o “degustazione diffusa” ma alla fine la gente è pragmatica e a renderle appetitoso un evento non è certo l’uso di un certo lessico.

In qualsiasi caso, non è chiaro il motivo per cui alcuni consiglieri e l’Amministrazione sentano l’esigenza di sposare come delle cause altissime gli eventi che il Comune ospita. Nel senso: pensano che siano necessari pluralità di iniziative ed eventi nazional-popolari? Benissimo! Ospita pure Miss Italia e il Festival “Ciccia”, ma perché poi comportarsi come dei tifosi e fare “gne gne gne” a chiunque osi muovere un commento?
Concedere patrocini, instaurare collaborazioni, sostenere progetti è un conto, elevarli a vanto e diventarne parte è un altro. Il risultato, peraltro, poi sono video promozionali/emozionali abbastanza esilaranti, con Sindaco e parte della giunta che sfilano per la città con addosso il merchandising del festival, insieme alla banda, manco fossero delle majorette.

Gli eventi magnerecci, comunque, riscuotono sempre successo. Ci piace assaggiare, annusare, lasciarci conquistare da descrizioni palpabili che ti fanno sentire cibo e vino sulle papille gustative ancora prima di averli portati alle labbra e Ciccia ne è l’ulteriore dimostrazione. Gente ce n’è e anche parecchia, magari a volte è potuto sembrare il contrario dal momento che se gli eventi li vuoi fare diffusi e in un centro storico bello grosso, come quello di Gubbio, rischi di non avere un gran colpo d’occhio con una folla sempre bella evidente. Tant’è che, sempre a proposito di video promozionali, i filmati sui social di “Ciccia” hanno spesso inquadrature strettissime, tipo quello della Giunta itinerante con la banda. È anche vero che venerdì pomeriggio la percezione, a S. Martino come sul Corso, era quella di essere Oslo, con temperature invernali e vento gelido e questo avrà sicuramente scoraggiato gli aspiranti Ciccisti.

In qualsiasi caso, il problema serio della “diffusione” dell’evento è stato un altro. Mentre qualcuno era felice fra una luganega e una salamella, qualche residente rimaneva bloccato fuori dalle mura della città, senza poter arrivare a casa propria se non a piedi.
Praticamente, l’accesso di S. Lucia è stato chiuso e se venerdì pomeriggio la Polizia Municipale lasciava transitare i residenti della zona, sabato è andata diversamente. Anche per anziani e disabili, invitati a cercare parcheggio dove possibile.
Lo sottolinea con ilarità anche il giornalista Francobaldo Chiocci, che sul proprio profilo social si chiede “invidia per Norcia? Astio verso i vegetariani? Dispetto ai cittadini appiedati?”. Perché effettivamente non si capisce con quale logica sia stata pianificata la viabilità in occasione di “Ciccia”. O, dovremmo dire, non pianificata. Non è la prima volta che la sensazione è quella di una città lasciata all’approssimazione e all’improvvisazione, quando si tratta di traffico.

Tornando al faceto, un’altra lamentela pare sia stata quella rispetto alle porzioni di cibo offerte. Qualcuno ironizza su Facebook, dicendo che comunque poi è toccato andare a mangiare una pizza per saziarsi ma forse è perché l’organizzazione voleva farci del bene. Perché, come ormai è arcinoto, le “Linee guida per una sana alimentazione”, la celebre piramide alimentare e l’OMS ci danno alcuni dati certi, tipo che la carne rossa non andrebbe consumata più di una volta a settimana, che gli insaccati andrebbero consumati occasionalmente, entrambi in piccole quantità e che la “dose sicura” di alcol è pari a zero (tradotto, anche il famoso mezzo bicchiere di vino fa male). Lo so che queste informazioni non ci piacciono, ma questo è. Si tratta di alimenti e bevande legate inevitabilmente al rischio di sviluppare malattie gravi, come il fumo di sigaretta.

Eppure, se possiamo affermare con certezza che gli eventi magnerecci tirano parecchio, possiamo dire senza ombra di dubbio anche che a essere maggiormente attraenti sono proprio quelli che hanno come protagonisti il vino, l’alcol in generale e la carne.
Non sorprende, fanno parte della nostra cultura e sono legati al piacere della tavola sia rispetto al palato che alla convivialità. Tuttavia, la sensazione è quella che molti eventi non riescano a guardare al futuro e a cogliere un cambiamento di rotta che c’è e pare che si veda poco ma, in realtà, non è trascurabile.
Sono tanti i vegetariani e i vegani per motivi etici o per ragioni legate alla salute, così come per gli stessi motivi tante persone sono ormai “flexitariane”, ovvero non si precludono alimenti di origine animale ma tendono a mangiarli occasionalmente, magari solo quando consumano pasti fuori casa o in compagnia.
Quindi, chissà, magari c’è davvero qualcuno che non ha partecipato a “Ciccia” perché non la digerisce. Ma non nel senso che non vuole dare soddisfazione alla politica locale attuale, come pensa qualcuno a Palazzo Pretorio, ma proprio nel senso che salsiccia più bicchiere di vino, uguale serata da passare in piedi, a camminare, sì col bicchiere attaccato al collo ma pieno di Gaviscon.

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