HomeGubbioL'8 marzo non è obbligatorio dire qualcosa

L’8 marzo non è obbligatorio dire qualcosa

Published on

Non è obbligatorio ma poi ci caschiamo tutti, compreso chi sta scrivendo questo flusso di coscienza. Ma va bene così. Ché, fra parole di circostanza, donne in politica che non sono emblema di nulla e locali che ancora organizzano serate discutibili, è necessario.

Quando vuoi intervenire per forza, rischi. Accade quando sei seduto in mezzo ad altri e dell’argomento messo in tavola ne sai poco oppure ne sai solo per sentito dire. Accade quando vuoi risultare brillante a tutti i costi e tiri fuori una battuta trita e ritrita, che nella migliore delle ipotesi ti farà risultare simpatico come quello zio che dopo il primo numero chiamato durante la tombola urla “ambooo!”. Accade quando vuoi mostrarti “oltre”, troppo avanti e per riuscirci devi sminuire qualcosa per dirci che c’è ben altro di serio a cui pensare.
Accade di rischiare quando vuoi dire la tua su una condizione che non ti trovi a vivere (cosa che non sarebbe di per sé sbagliata) ma che, soprattutto, non vuoi neanche provare a indagare davvero.

Non per fare psicologia da bar ma temo che, almeno in parte, le ragioni dietro l’ironia, i tentativi di sminuire la Giornata internazionale della donna fino all’accanimento contro l’8 marzo siano dovuti al fatto che se molti uomini e molte donne decidessero di affrontare seriamente il tema della parità di genere dovrebbero iniziare a guardare ai propri padri, mariti, insegnanti, amici più cari con altri occhi. E fa male, molto male.

Di seguito, esempi vari.

Qualche anno fa, ho sentito un uomo ultra 50enne, visibilmente alterato dall’alcol, rivolgersi per strada a una ragazza che avrà avuto 16 anni dicendole “che bei capezzolini, me sembrano i pomelli della radio!”. Con tanto di gesto che mima la sintonizzazione. La ragazza è diventata paonazza e se ne è andata senza riuscire a replicare.
Un fenomeno, no? Uno che ti fa un minimo incazzare, giusto?
Ma non l’ho raccontata bene. La ridico, con più dettagli.
È il 15 maggio, durante la Mostra. Un ceraiolo è preso da quel principio di torpore che, fra l’alcol e la Festa che inizia a montare, ti scalda. L’ex compagno di muta di quando erano freghi gli ha offerto un altro bicchiere di rosso, quello bello forte. Passa di là una ragazza di circa 16 anni e il tizio in camicia colorata le dice la frase che ho riportato sopra. Tutti ridono, maschi e femmine presenti. La ragazza diventa paonazza e se ne va senza riuscire a replicare.
Vi fa lo stesso effetto di qualche riga fa? A qualcuno, sono sicura, no. Questo, è un problema.

Proseguiamo.
Molte donne per decidere di mettere al mondo un figlio o, ancora più complicato, il secondo figlio impiegano settimane di strazio e confronti col proprio compagno di vita, mentre insieme si cerca di capire la fattibilità della questione e si iniziano a fare i conti per capire quanti nonni e quanti zii ci siano disponibili in panchina.
Se un figlio ti sconquassa l’esistenza, il secondo figlio spesso corrisponde a un suicidio professionale. Per la donna, non per l’uomo. Lui, è scontato che sia quello che porterà a casa la pagnotta, non è neanche in discussione la sua vita lavorativa. Chi lo ha deciso? Non è molto chiaro e spesso non è il padre di questi figli a pensarla così, si tratta semplicemente di un calcolo: il maschio di casa guadagna di più, anche a parità di posizione occupata, o ha possibilità effettive di fare carriera o di farla più velocemente perché non ha un utero e nessuno, quindi, lo guarda con sospetto.
Sì, se hai l’utero ti trattano con diffidenza a volte. Infatti capita che ti facciano firmare una lettera di dimissioni in bianco, da sfoderare se rimani incinta. Perché “mica vogliamo fare che io ti assumo e poi tu dopo un po’ mi ti assenti per un annetto perché devi stare a casa in maternità”?
Diffidenza che non ti è risparmiata neanche da parte delle colleghe donne, perché “mo questa se inventa una depressione post-partum e se ne sta a casa alla faccia nostra”. Spesso sono donne che i figli ce li hanno avuti qualche decennio fa e che non si sono sentite legittimate neanche a interrogarsi sulle fatiche legate alla maternità, figuriamoci a dirlo ad alta voce che possono insorgere problemi (frequenti) legati alla salute mentale e non della donna. Perfettamente addestrate ad abitare senza far rumore la società in cui erano immerse. Poi certe sofferenze, così come i dolori del parto, te li scordi perché il cervello è un fenomeno nel cercare di proteggerti. Questo, è un problema.

Poi mi viene in mente quella volta che un professionista sanitario, duemila lauree, master, cittadino del mondo, avido lettore, insomma, uomo di sapere e di ampie vedute (perché, purtroppo, non è questione di grado culturale o avremmo risolto) mi disse: “hai presente Cristiano Ronaldo? Ma sì, lo conosci di sicuro, probabilmente non sai che mestiere fa ma conosci i suoi addominali”. Questo, sarebbe già un problema ma c’è dell’altro.
In quell’occasione accompagnavo per lavoro un uomo che si era presentato col proprio titolo professionale e al quale veniva dato del lei. A me, no. A me, il tu. Per poi salutare l’uomo che accompagnavo così: “per quel documento non si preoccupi, faccia passare la signorina a ritirarlo”. A me, il tu perché sono femmina, ero giovane e ed era scontato che non potessi essere nulla di più di una segretaria. Inoltre, evidentemente per questo signore una segretaria non merita il lei, magari la percepisce come la propria madre o la propria moglie, semplicemente una donna che, in quanto tale, si rende utile. Questo, è un problema.

Non è stata quella l’unica volta che un uomo ha parlato come se io non fossi presente nella stanza o dando per scontate scarse competenze su temi ritenuti maschili. Ero in una macelleria insieme a mio padre e l’uomo dietro al bancone gli chiese qualcosa circa le possibilità di essere risarciti dopo aver colpito con l’automobile un animale selvatico. Mio padre rispose correttamente, omettendo un dettaglio che aggiunsi io, insieme a una domanda rivolta al negoziante, per capire meglio la sua situazione. Il signore mi guarda per alcuni secondi, tacendo e poi torna rivolgersi a mio padre, ignorandomi completamente.
Poco dopo, torna a guardarmi sorridendo: “signori’, al petto de pollo je la damo ‘na schiacciatina?”. Gli risposi di chiedere a mio padre.
Questo, è un problema ma ad avermi ferita di più fu il fatto che mio padre non fosse intervenuto (con niente di che, sarebbe stato sufficiente che di fronte al comportamento del macellaio lui mi coinvolgesse nella conversazione, mandando un messaggio sulla mia dignità di interlocutrice). Anzi, no, ad avermi ferita di più fu il fatto che, una volta risaliti in macchina e di fronte al mio disappunto, lui abbia scrollato le spalle e m’abbia risposto: “tanto in certi casi è inutile”. Questo, è un grossissimo problema.

È per questo che spesso si dice, specialmente nei casi di condotta o lessico violenti o inopportuni nei confronti delle donne, che gli uomini hanno un ruolo fondamentale e non devono limitarsi a comportarsi bene. Gli uomini hanno il dovere civile di sottolineare il comportamento degli altri uomini, facendoli sentire in difetto.
Non è sufficiente dire “io a una donna non le ho mai fischiato per strada”, bisogna dire all’amico che lo fa “piantala, è una donna, non è una pecora”. È un meccanismo semplice ma di grande impatto.

Sull’8 marzo è vero che se ne leggono di tutti i colori e che spesso sulla ricorrenza viene steso un velo di ipocrisia. Sono d’accordo: serve proprio a quel fatto che si diceva sopra, il velo, a non vedere lo stato reale delle cose e a non doversi vergognare di noi e di chi abbiamo vicino, talvolta anche di chi ci ha dato vita ed educazione.
Le conquiste che le donne hanno fatto decennio dopo decennio sono reali ma il lavoro non è finito, la parità non è raggiunta e fa sorridere che da qualche anno a tale affermazione ci si opponga replicando che l’elezione di un presidente del consiglio donna dimostra il contrario.

La questione è emersa anche ieri, 7 marzo, alla Biblioteca Sperelliana, nel corso della presentazione del libro “Autobiografia clitoridea” di Teresa Cinque, promossa dall’associazione “La città delle donne”.
A rappresentare il Comune di Gubbio è stata Adele Martinozzi, consigliera di Fratelli d’Italia, la quale nel proprio discorso di saluto ha sostenuto come per fortuna le donne abbiano fatto tanta strada nella lotta alla parità e che a dimostrarlo è stata l’elezione di una premier donna.
Dal pubblico è intervenuta Simona Minelli, consigliera comunale del gruppo Liberi e Democratici, per manifestare dissenso.
A quel punto, Martinozzi ha chiuso la questione con un commento poco convinto tipo “non si può negare” ed è tornata alla lettura del proprio discorso.

Tuttavia, sarebbe interessante se una buona volta si abbandonassero le frasi di circostanza, i commenti preconfezionati ad arte per essere solo un involucro grazioso ma privo di sostanza e si tentasse di analizzare un po’ la situazione.
Giorgia Meloni è colei che ha scelto, con una nota ufficiale da Palazzo Chigi, di essere chiamata neanche “IL Presidente del Consiglio” ma addirittura “IL SIGNOR Presidente del Consiglio”. Di nuovo, non per fare la psicologa da quattro soldi ma non credo ci voglia un fine analista per ipotizzare che la stessa Meloni ritenga evidentemente quello che riveste un ruolo prettamente maschile. Ha ritenuto quindi necessario maschilizzarsi nei pronomi e negli appellativi per sentirsi legittimata a ricoprire la carica di presidente. Una mossa simile, inoltre, ha un grande valore politico e va a cercare consenso in quella porzione di elettorato che è convinta che sì, porte aperte alle donne, ma un uomo in certi casi è meglio. Giorgia Meloni forse in fondo lo sa come stanno davvero le cose.

Insomma, questo 8 marzo è diventato più complicato del 25 aprile. Del giorno della Liberazione qualcuno dice che sia divisivo e allora si impegna a mantenere un rigoroso silenzio, per rendere palese che è e deve essere un giorno come un altro. Della Giornata internazionale della donna invece ne vogliamo parlare tutti e ci incagliamo qua e là. Forse, è meglio. Almeno si fa discussione, anche in modo avvilente talvolta.

Ma meglio che ad avvilirci siano i discorsi. Pensate a quanto era peggio qualche lustro fa, tipo nei primi anni 2000, quando qualcuno aveva deciso che l’8 marzo fosse la Festa della donna e che il miglior modo per renderle omaggio fosse organizzare serate con spogliarello maschile nei ristoranti. Tra l’altro, siamo state accusate anche di usare l’8 marzo come serata di sospensione della morale e per andare a fare follie, quando in realtà a organizzare ‘sti spettacolini col tizio perizomato di turno spesso erano uomini, convinti di sapere quale potesse essere la nostra idea di divertimento.
E non si dica “sì, ma i ristoranti erano pieni!” (cit.) perché non mi pare che queste seratone di delirio siano sopravvissute fino ai giorni nostri riscuotendo particolare successo.
Dicevamo, comunque: meno male che oggi ci avviliscono i discorsi e non le serate in onore della donna organizzate ospitando il belloccio di turno, quello con l’atteggiamento del dannato, del maschio che non deve chiedere mai e che, infatti, non chiede e manco si vergogna quando rilascia interviste affermando di aver abusato in vari modi delle proprie ex compagne.
Ah, no, è vero. Le organizziamo ancora queste serate.

Questo, è un problema.

Questo, tutto questo, è solo una piccola parte del perché abbia senso la Giornata internazionale della donna.

Ultimi Articoli

Si fa sempre più acceso il dibattito sui megaimpianti eolici che potrebbero nascere sui monti di Gubbio

Le questioni ambientali ed energetiche sempre più al centro del dibattito pubblico cittadino. Il...

“Nutrirli con piacere | 0-6 anni”, l’incontro dedicato ai più piccoli | Non solo cibo ma sostegno alla genitorialità consapevole

Il programma completo dell'incontro, fra alimentazione, educazione in generale, sostegno alla genitorialità e protezione...

E luce (non) fu: il Mercato si accende ma parcheggio e monumenti restano al buio | E la nuova illuminazione promessa da Engie? Nulla...

I lampioni dei giardini di piazza 40 martiri si riaccendono ma il parcheggio rimane...

A Gubbio un seminario sul cane sportivo

Ikuvium Dogs organizza un incontro dedicato al benessere e alla preparzione del cane sportivo....

Correlati

Si fa sempre più acceso il dibattito sui megaimpianti eolici che potrebbero nascere sui monti di Gubbio

Le questioni ambientali ed energetiche sempre più al centro del dibattito pubblico cittadino. Il...

“Nutrirli con piacere | 0-6 anni”, l’incontro dedicato ai più piccoli | Non solo cibo ma sostegno alla genitorialità consapevole

Il programma completo dell'incontro, fra alimentazione, educazione in generale, sostegno alla genitorialità e protezione...

E luce (non) fu: il Mercato si accende ma parcheggio e monumenti restano al buio | E la nuova illuminazione promessa da Engie? Nulla...

I lampioni dei giardini di piazza 40 martiri si riaccendono ma il parcheggio rimane...