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Economia circolare o bruciare rifiuti? Il caso Gubbio

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È tutto green washing? Pubblichiamo un approfondito contributo di Raniero Regni, che ci illustra quanto emerso dall’incontro “Il caso Gubbio | L’Europa verso l’economia circolare”, tenuto lo scorso 18 aprile al Centro Servizi Santo Spirito.

“Qualche giorno prima della Giornata mondiale della Terra (22 aprile) e poco prima che la giunta regionale dell’Umbria presentasse “il percorso di partecipazione sulla nuova legge dell’economia circolare e sull’aggiornamento del piano rifiuti” (21 aprile), si è tenuto il 18 aprile scorso a Gubbio, un convegno su L’Europa verso l’economia circolare. Il caso Gubbio. Dovrebbe essere ormai noto che, quando si tocca il tema delle fonti rinnovabili di energia, dell’inevitabile decarbonizzazione dell’economia, del problema dei rifiuti, si parla anche di salute e ambiente. La crisi ambientale impone un nuovo modo di pensare (e quindi di vivere), un modo di pensare per connessioni, relazioni e contesto, che non separi e non opponga mai l’economia all’ecologia, il tema del lavoro a quello della salute, e così via.   L’Europa sta perseguendo una transizione decisa verso un’economia circolare entro il 2035, mirando a ridurre l’impatto ambientale, promuovere la sostenibilità e creare nuove opportunità economiche. In questo contesto l’Italia si distingue come leader in Europa, ma la transizione presenta sfide significative a livello locale, come evidenziato dalla situazione del territorio eugubino, con un equilibrio compromesso tra esigenze industriali, salvaguardia ambientale e tutela sanitaria.

Presso il Centro Convegni Santo Spirito di Gubbio, ha avuto luogo una lunga giornata di studio e approfondimento sui temi dell’economia circolare e le relative normative europee, sulle politiche di gestione dei rifiuti e sul loro utilizzo come recupero di energia, ovvero come co-combustibili, in particolare nei cementifici.

La proposta di fare di Gubbio un caso di studio a livello nazionale nell’ottica della sostenibilità, è nata dalla volontà di Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Italy e Direttore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero di Capannori e da Enzo Favoino Coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, essendo Gubbio l’unica città in Italia ad avere due cementifici che hanno introdotto l’uso di combustibili derivati da rifiuti (CSS) da bruciare insieme al Petcoke. L’ idea è stata prontamente accolta da Thomas De Luca, Assessore regionale all’Energia, all’Ambiente, all’Adattamento e Mitigazione dei Cambiamenti Climatici, alle Politiche del Paesaggio e alla Programmazione urbanistica, da sempre attivo ambientalista e da Agostino Di Ciaula, Presidente del Comitato Scientifico di ISDE Italia (Medici per l’Ambiente).

Il convegno è disponibile online: clicca qui per vedere la registrazione 

Gli interventi centrali sono stati quelli di Enzo Favoino, Rossano Ercolini e Agostino Di Ciaula, poi il tavolo di lavoro del mattino si è arricchito del contributo di figure istituzionali come Micaela Parlagreco, Assessore alle politiche Economiche del Comune di Gubbio, il Direttore di ARPA Umbria Alfonso Morelli, il Direttore di Igiene e Sanità Pubblica Igino Fusco Moffa, il Dirigente del Servizio di Prevenzione e Sanità Veterinaria e Sicurezza Alimentare, Salvatore Macrì, e  Katia Mariani, in rappresentanza delle associazioni e dei comitati eugubini, attivi da tempo per la tutela di ambiente e salute.

Enzo Favoino, nella sua relazione, ha sottolineato come l’Unione Europea abbia idee chiare sulla transizione da un’economia lineare, ovvero quella che preleva risorse, le usa e poi le scarta, producendo rifiuti, ad un’economia circolare che cerca, attraverso il riciclo e il riuso, di preservare le risorse, mantenendole nel sistema il più a lungo possibile. Questa strategia, economica prima che ecologica, è vitale per una realtà come l’Unione Europea che importa il 60% le risorse dall’estero. Vediamo in questi giorni infatti quanto sia vulnerabile il nostro sistema quando si interrompono le catene di approvvigionamento energetico. Poi ci sono materiali critici, le famose “terre rare” che sono al centro oggi della tecnologia informatica, che possiamo trovare nel recupero degli scarti che queste stesse tecnologie producono in grandi quantità. Poi c’è il fosforo, un minerale fondamentale per l’agricoltura, che possiamo ricavare dagli scarti organici. Il recupero di materie prime seconde, ovvero il recupero dal riciclo dei rifiuti di ogni genere, porterebbe un vantaggio complessivo per UE di 1800 miliardi all’anno. Ecco perché l’UE ha fissato, come obiettivo minimo per il 2035, che almeno il 65 % dei rifiuti debbano essere recuperati. Questo è il minimo e in Italia possiamo andare ben oltre.

Questa è l’urgenza dell’economia circolare che recupera i rifiuti. La discarica e l’incenerimento sono invece opzioni lineari, che distruggono gli elementi, sono perdite nette che vanno minimizzate. Oggi esistono tutti gli strumenti, compresa l’Intelligenza Artificiale, per ridurre al minimo ogni rifiuto residuo. Esistono cioè tutte le risorse tecniche e tutte le azioni istituzionali per realizzare l’economia circolare in maniera completa, come dimostrano paesi come la Slovenia e la Spagna, che sono diventati leader mondiali in questo settore. Dai negozi a “packaging free”, senza quegli imballaggi di plastica che non possono essere riciclati, ai centri del riuso e ai “repair caffè”.

Favoino è stato molto chiaro, il recupero energetico, ovvero usare i rifiuti trattati come combustibile (leggi CSS), non è economia circolare, come non lo è il conferimento in discarica. L’UE specifica infatti che le azioni residue, come l’incenerimento negli inceneritori o coincenerimento nei cementifici, non sottostanno all’imperativo del DNSH, di non causare cioè un danno significativo. Il racconto poi che l’incenerimento contribuisce al risparmio energetico, è un altro falso mito. Infatti l’impronta climatica prodotta dal recupero energetico è uguale a quella prodotta dalle centrali a carbone. 

Nel panorama europeo, di cui Favoino è uno dei massimi esperti, è emblematico il caso della Danimarca. Un paese, per molti versi esemplare nel Welfare e nella mobilità sostenibile, ma non nel recupero dei rifiuti, perché ha puntato da molto tempo sugli inceneritori, che bruciano mondezza per produrre energia. Oggi, quel paese si scontra con l’evidenza che, se ci sono inceneritori, non può esserci recupero differenziato dei rifiuti e l’incenerimento finisce per confliggere con l’economia circolare. Si tratta di un esempio di effetto “lock in”, ovvero effetto immobilizzante, molto negativo. Se i rifiuti servono ad alimentare la produzione di energia allora non è necessario differenziarli e ridurli. Per questo la Danimarca è il paese europeo che produce più rifiuti pro-capite d’Europa: 844 Kg per abitante contro una media europea di 502 kg e una media italiana di 499 kg o rumena di 280 kg. Ecco perché oggi la Danimarca e gli altri paesi scandinavi stanno tornando indietro nelle strategie, puntando invece sull’economia circolare con recupero di materia, senza recupero energetico.

L’ultimo mito smontato dall’intervento di Favoino è quello che con l’incenerimento evitiamo le discariche, rimangono infatti le ceneri da combustione che rappresentano il 25% di residuo. La Regione Umbria, se vuole davvero avviarsi verso un modello molto virtuoso di raccolta differenziata, sempre più puntuale e spinta, non produrrà alla fine che pochissimi rifiuti, non riciclabili.

Rossano Ercolini che ha ricevuto tra l’altro nel 2013 il Goldman Enviromental Prize, una specie di Nobel, ovvero il maggiore riconoscimento mondiale che viene assegnato alle persone che si sono distinte nell’affrontare i temi della sostenibilità e dell’ambientalismo e nel 2015 il Premio Paolo Borsellino, è stato il secondo relatore. Nel suo appassionato intervento ha parlato dell’uscita dalle combustioni partendo dalla sua esemplare esperienza nel paese toscano di Capannori e da altre esperienze locali molto concrete, presenti in Italia.

È necessario spostarsi da un modello lineare di sviluppo, perché stiamo passando dall’economia dei fossili ad un‘economia basata sulle materie critiche e sulle terre rare. È proprio la scarsità delle materie prime che impone il passaggio ad una economia circolare che non è affatto una questione per le sole anime belle ecologiste, ma è una necessità economica.

Con il suo intervento, Ercolini ha cercato di sottrarsi alla posizione conflittuale e polemica, puntando invece sul tema della governance del processo di transizione, cercando quindi un atteggiamento non unilaterale e il più possibile empatico. In questa partita dovremmo cercare una posizione in cui ci siano solo vincitori (il modello WIN-WIN), perché altrimenti saremo tutti perdenti. Per cui è necessario creare tavoli aperti per trovare una soluzione comune e qui si rivolgeva agli amministratori comunali e regionali, ai funzionari degli organi di controllo come Arpa e Usl presenti. Le idee sono volani indispensabili di cambiamento della realtà. Bisogna mettersi in movimento e questo atteggiamento è tutto il contrario di un atteggiamento ideologico, accusa con cui vengono spesso attaccati gli ambientalisti, cittadini che si impegnano nelle cause ambientali e che hanno il vantaggio di non avere interessi da difendere.

Ercolini ha ribadito molto chiaramente che i cementifici non possono essere un‘alternativa all’incenerimento. Nelle camere di combustione, alla periferia del getto centrale del bruciatore, la temperatura si abbassa. Sotto i 600 gradi si producono POPS (sostanze chimiche sintetiche tossiche che resistono alla degradazione ambientale) che entrano nella catena alimentare, i PFAS, anche essi inquinanti eterni, e si produce la diossina. Sarebbe un crimine immettere nell’ambiente anche piccolissime quote di diossina. Ecco perché Ercolini reputa necessario fare screening sanitari seri in presenza di queste industrie.  Sulla salute non si può scherzare, così come non si può scherzare sul lungo termine. Ercolini ha parlato non solo della sacralità di luoghi unici come Gubbio, di spiritualità e bellezza, ma anche della sacralità della difesa del futuro delle giovani generazioni: “recuperare sacralità su questo tema, perché è sacro difendere il futuro di bambini e ragazzi”

Agostino Di Ciaula, ricercatore e medico per l’ambiente, nel suo intervento, si è concentrato sugli effetti sanitari della produzione di cemento. I cementifici sono impianti altamente inquinanti. Collocati in piena area urbana sono molto pericolosi perché emettono inquinanti che vengono respirati, si sedimentano nel suolo ed entrano nella catena alimentare. Ciò provoca un accumulo nei tessuti organici di metalli pesanti, tra i quali cadmio, mercurio e arsenico. Poi ha snocciolato tutta una letteratura di studi a livello mondiale sulla pericolosità di queste industrie e di come, molte forme di tumore siano frequentemente correlabili alla presenza di tali impianti e alla loro distanza dalle abitazioni. Questo, purtroppo, accade a Gubbio con due cementifici attivi, da più di 60 anni.

Si è posto infine la domanda fondamentale: che cosa cambia quando i cementifici sono alimentati anche con i rifiuti? Il rischio aumenta, proprio a causa del tipo di co-combustione. Per cui la favola che l’uso del CSS sia meno inquinante. Le ceneri prodotte, recuperate come materia da inserire nel cemento, fornirebbero un contributo all’economia circolare, ma questo “… è green washing allo stato puro”.

Anche le emissioni di ossido di azoto aumentano e i valori limite delle emissioni dei cementifici non sono gli stessi di quelli imposti agli inceneritori, ma molto più elevati. Per cui, bruciando rifiuti, cambiano la quantità e la qualità delle sostanze inquinanti emesse. E qual è allora la conclusione? Che bisognerebbe allontanare i cementifici dai centri urbani. I cementifici emettono diossina e fino a 15 kg di mercurio all’anno. Inoltre tutti i metalli tossici che non vanno nell’aria finiscono nel cemento. Ecco perché sarebbe necessario che gli imballaggi specifichino quali e quante altre sostanze siano presenti in esso. La loro assenza è una violazione della trasparenza delle etichette, che dovrebbero orientare i consumatori.

La mattinata è proseguita con una tavola rotonda con i rappresentanti delle istituzioni locali e regionali. Non dovrebbe essere passato inosservato l’appello dei tre relatori e della rappresentante dei comitati, ad intervenire con urgenza sulle problematiche ambientali e sanitarie del territorio eugubino. Su di esse da troppo tempo e in modo improcrastinabile si è acceso un campanello d’allarme. È stata da tutti ribadita la volontà di mettersi in ascolto e di mantenere aperto il dialogo tra istituzioni e cittadini mettendo al primo posto la tutela della salute. In particolare l’assessore all’Ambiente Thomas De Luca ha ripetutamente manifestato l’intenzione di attuare Prevenzione Primaria sia Ambientale che Sanitaria. Con essa si intende ridurre l’esposizione ad inquinanti e a sostanze tossiche, evitare l’insorgenza di malattie agendo sui fattori di rischio prima che causino danni. Si è parlato di un Approccio One Health, che integra la salute umana, animale e dell’ecosistema, attuando monitoraggi ambientali da parte dei Dipartimenti di Prevenzione, delle Aziende Sanitarie e delle Agenzie Ambientali.

Alla conclusione della tavola rotonda, sono state fatte richieste precise da parte dei Comitati promotori:

  • Urgenza di una indagine epidemiologica, affidabile e georeferenziata, mai realizzata nel Comune di Gubbio, ricorrendo alle tecniche dell’Epidemiologia dei cittadini e del Referto epidemiologico.  Si è accesa infatti la spia del Registro tumori dell’Umbria che segnala che, per il periodo 2016/2020, il Distretto Alto Chiascio, la cui popolazione per il 57% è rappresentata dal comune di Gubbio, riporta 167 casi di tumore in più rispetto alla media regionale ed è perciò necessario approfondirne le cause.
  • Necessità di strigere la morsa sui controlli aggiornando le strumentazioni, abbandonando la diluizione del dato nella media oraria, mensile e geografica. Confrontare i dati già in possesso con quelli di nuovi monitoraggi, per valutare nel tempo, l’impatto ambientale delle due cementerie, dell’esposizione a sostanze tossiche e rilevarne precocemente gli effetti e quelli a lungo termine
  • Necessità di biomonitoraggi, capaci di valutare l’effetto cumulo di più inquinanti sugli organismi, effetto già evidenziato in modo preoccupante da un precedente biomonitoraggio condotto nelle aree dei cementifici 23 anni fa, prima che fosse introdotto l’uso del pet-coke, dal 2003 e del CSS dal 2022 come combustibili.   
  • Necessità di avviare, da parte della Regione, una VIA che riguardi le due cementerie, appellandosi alle prerogative di tutela della salute, superiori a qualunque altra disposizione.
  • Necessità di un riesame delle Autorizzazioni Integrate Ambientali (AIA), rilasciate ai due cementifici, in vista del loro rinnovo che avverrà nel 2028, in considerazione del fatto che i limiti emissivi dei cementifici (quantità degli inquinanti) dovrebbero essere equiparati a quelli molto più stringenti previsti per un inceneritore, considerando, non da ultimo, anche l’effetto cumulo che da anni ricade su Gubbio.
  • Istituzione di protocolli di intesa tra istituzioni e comitati ambientali cittadini perché questi ultimi, entrino a far parte dei processi istruttori e autorizzatori e dei tavoli tecnici relativi ai controlli.

Nel pomeriggio sono proseguiti i lavori, con gli interventi di rappresentanti dei comitati provenienti da Monselice, Venafro e Galatina, città “gemellate” con Gubbio perché condividono la stessa triste condizione di pericolo ambientale, alle prese con le stesse istanze ambientali e sanitarie con amministrazioni locali e regionali e con le stesse vertenze giudiziarie. Ci sono state anche testimonianze toccanti da chi è stato colpito negli affetti più cari da vere e proprie emergenze di inquinamento delle matrici.

Di questi interventi, tutti interessanti perché testimoniano un impegno generoso e gratuito della società civile, segnaliamo quello dell’ing. Stefano Luciani, del comitato ambientale di Monselice. Egli ha portato il caso molto concreto del “modello Contarina”, dal nome del Consorzio della destra Piave della provincia di Treviso, che rappresenta una delle esperienze pilota in Italia. Con dati alla mano, ha mostrato come con la raccolta differenziata porta a porta, la tariffazione puntuale, la presenza di impianti di riciclaggio distribuiti e specialistici, che coinvolgono più operatori economici attivi nel riciclo (ovvero senza gestione monopolistica di un solo gestore), in una realtà molto avanzata come quella trevigiana (senza inceneritore), il residuo non riciclabile rimane molto poco. Circa 42 kg annui per abitante, ovvero il 10 % rispetto al rifiuto totale prodotto.  In un bacino di 885 mila abitanti, il rifiuto residuo totale è di sole 40 mila tonnellate, alla fine non utilizzabile per produrre CSS, ovvero un combustibile che per un cementificio non avrebbe il necessario potere calorifico. 

Luciani ha dato indicazioni anche sul costo per i cittadini. La TARI di Treviso è la metà di quella di Padova, dove si produce molto più rifiuto non riciclabile, che viene poi bruciato in un inceneritore. Questo stesso modello di Contarina presente oggi in Italia, che non è teorico, ma un esempio concreto di economia circolare, è assolutamente replicabile in Umbria. Un esempio che dovrebbe far riflettere sull’errata previsione di produrre CSS nella nostra regione, come proposto nel “percorso di partecipazione sulla nuova legge dell’economia circolare e sull’aggiornamento del piano rifiuti” della giunta regionale dell’Umbria.

La linea e il cerchio. La linea, per quanto la curvi, non sarà mai un cerchio. Di rifiuti ne devi produrre di meno e non li devi bruciare mai. L’economia circolare prevede il riciclo della materia prima-seconda e esclude il recupero di energia, che è invece linearità irreversibile. Questo si è capito bene nel convegno di Gubbio.

Tutto il resto è silenzio… No, tutto il resto è green washing.”

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