Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Carlo Salciarini, appassionato eugubino e ceraiolo. È giusto pretendere dei Ceri immobili e intangibili? La riflessione prende spunto dall’idea di mantenere il passaggio della Corsa davanti alle Logge ma è ben più ampia e profonda: “non c’è più il coraggio ceraiolo del cambiamento che pure è fatale e che ci sarà, a dispetto degli imbalsamatori”. Quel che invece è cambiato completamente, osserva Salciarini, è la durata della Festa, ora fatta da mesi di mangiate e bevute “per celebrare e festeggiare tavolta anche il nulla”, con il Corso animato per un solo mese all’anno in modi che confondono spesso la convivialità ceraiola con “un’enorme osteria rumorosa senza controlli e senza regole”. Salciarini conia il termine “tavernicoli”, che ci richiama subito alla mente il neologismo “webeti” che Enrico Mentana ha popolarizzato nel 2016 per indicare chi sul web si comporta in modo offensivo e ignorante.
Potrebbe sembrare un paradosso ma la tradizione è cambiamento se la si intende non come sterile immobilismo ma come consegna e trasmissione di qualcosa che si evolve nella continuità storica e adattandola al presente. Qualcuno ha detto che la tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco, e questo vale per i Ceri nel loro significato più intimo, perché ognuno li vive in modo personale e anche, è ovvio, per l’esteriorità del Rito.
I Ceri, nella loro storia, sono cambiati, poco nel loro aspetto e molto sia nel coinvolgimento sociale che nelle di gerarchie ceraiole cosa quest’ultima che forse non ha portato in sé un miglioramento e anzi introducendo, probabilmente, una mentalità che spesso rifiuta, a priori, ciò che non la gratifica. In questo senso, per esempio, i Ceri corrono eppure sono immobili, come imbalsamati, specie nel loro itinerario che guai al cielo andarlo a cambiare di una virgola. E dire che i Ceri si alzarono nei quattro angoli della Città e, talvolta, ognuno per conto proprio e adesso, invece, per esempio, farli ripassare davanti alle Logge come è accaduto, giocoforza, lo scorso anno con la spettacolare quinta dell’intera città a fargli da sfondo non si è voluto ripetere chissà perché.

Eppure, quella novità era piaciuta ma è prevalsa l’intangibilità come si trattasse di una proprietà privata sulla quale si decide ignorando un volere diffuso e condiviso tra i veri attori della Festa, ovvero la Gente di Gubbio alla quale la Festa appartiene. Non c’è più il coraggio ceraiolo del cambiamento che pure è fatale e che ci sarà, a dispetto degli imbalsamatori. Succederà prima o poi, perché questo è quello che la maggioranza degli eugubini vuole. Succederà che un giorno i tre Ceri torneranno a correre per le strade di San Pietro e, finalmente, a girare di nuovo insieme, fraterni e ossequiosi, nel chiostro del Patrono, alla faccia della vanitosa e arrogante caparbietà di pochi. Si cambierà, come è sempre accaduto, perché se i Ceri non fossero mai cambiati nell’arco della loro millenaria vita, avremmo ancora i tronchi portati a spalla sulla cima del monte dagli antichi Umbri sacrificatori di cani. Niente Santi e niente Tazzilleri.
Col tempo si cambia e sono cambiati, purtroppo dico io, i Ceraioli anche nel loro approccio alla Festa nel suo insieme. Colpa dei tempi, della spettacolarizzazione e dunque dell’apparire. I Ceraioli di oggi sono impeccabili nelle loro divise e stretti in vita in certe fasce lunghe una quaresima e alte quattro palmi che li fanno sembrare toreri in un’arena andalusa o ballerini di flamenco. E viene da pensare agli “uomini pel Cero” che dalla campagna erano reclutati e venivano in Città in quel giorno folle, magico e santo per dare la spallata ché allora, di ceraioli, ce n’erano pochi. Venivano su dalle campagne, perché poi si mangiava tanto e si beveva meglio e questo, per qualcuno, non era scontato nella quotidianità. Correvano più piano con i loro scarponi pesanti come la fatica dei campi e nei pantaloni di fustagno buoni per l’estate e per l’inverno ma mettevano la camicia buona, perché era festa mentre qualche cittadino sotto le stanghe in giacca e cravatta e con la paglietta in testa faceva finta di niente, come si trovasse lì per caso. Correvano più lentamente di oggi, forse con meno o addirittura senza agonismo, correvano sotto le stanghe mentre altri con le corde salde nelle mani bilanciavano, all’occorrenza, il Cero dalle pendute. Spariti scarponi, pantaloni di fustagno, pagliette e corde e forse è meglio così: ne hanno guadagnato sceneggiatura, agonismo, apparenza e via discorrendo. Specchio dei tempi, ma va bene così.
C’è qualcosa, però, che è cambiato completamente: la Festa dei Ceri dura un giorno, dall’alba alla notte e la corsa, il rito identitario di un Popolo, nel suo insieme, dall’Alzatella al chiostro del Beato Ubaldo, un paio d’ore o giù di lì, ma tutto inizia a metà gennaio e finisce a giugno. Un tempo lunghissimo scandito da mangiate e bevute organizzate ad hoc per celebrare e festeggiare, talvolta, anche il nulla. E che fossero le taverne uno dei problemi? Se fosse rappresentato da questo il cambiamento, in peggio e per eccesso, di un’antica tradizione festaiola di allegria e convivialità?
Questo è, con tutto ciò che gli ruota intorno. il punto che ha mosso la mia riflessione: come è possibile che la Festa sia diventata questo? Come è possibile che i pragmatici custodi dell’intangibilità delle tradizioni, insieme agli Amministratori responsabili per dovere d’ufficio del rispetto dei regolamenti, della civile convivenza e della sicurezza non vedano, non sentano e non agiscano? Come è possibile accettare che i momenti di convivialità ceraiola si siano trasformati in momenti di sballo urlante? Taverne ufficiali e non, grandi e piccole, istituzionali (si fa per dire) e private, al chiuso o all’aperto, che trasformano la città in un’enorme osteria rumorosa senza controlli e senza regole.
Come è possibile che, come accaduto quando i Ceri sono tornati in Città, il Corso si sia trasformato in un serraglio di scalmanati e che, di molto passata la mezzanotte, alla fine della sarabanda, tutto fosse lastricato di sudiciume d’ogni genere?
Come è stato e come è possibile permettere che nel centro storico chiunque, senza controllo, diffonda musica a tutto volume fino a notte fonda?
Come è possibile stipare centinaia di persone in locali che, a occhio e croce, non hanno sufficienti e agevoli vie di fuga?
È normale che non vi sia alcun controllo da parte delle Forze dell’ordine e di ogni altro Ente preposto alla sicurezza?
È anche solo pensabile lasciare trasformare la Città in una Babele incontrollata dove tutto, se non lecito, è comunque fattibile perché tanto “énno i Ceri”?
A che serve un Regolamento Comunale di Polizia Urbana (per esempio gli articoli 23 e 27) se poi in giro, come sembra diventato normale, non si vede un Vigile urbano? Dove è il Sindaco, dove la Comandante dei Vigili e dove i funzionari pubblici? Di chi è la responsabilità di tutto questo?
Insomma, come è possibile lasciare la Festa e la Città in mano a tavernicoli urlanti e scalmanati?
Viva Gubbio, viva la Festa dei Ceri e viva i Ceraioli veri.

