L’Università dei Muratori Scalpellini e Arti congeneri propone alla città di aprire un dibattito sereno che porti a revisionare alcuni comportamenti. Il riferimento è soprattutto a quanto accaduto nell’ultima parte della corsa dei Ceri Mezzani. Pubblichiamo integralmente il documento firmato per il consiglio direttivo dal presidente dell’Università, Fabio Mariani.
Ogni anno la Festa dei Ceri offre spunti di dibattito, ed è diffusa la sensazione di dover
fronteggiare una sorta di “deriva” della Festa, di arginare un complesso di comportamenti
ritenuti incoerenti con la sua natura e la sua essenza. Quest’ anno però, con i Ceri
mezzani il tema sembra aver toccato un apice, e una riflessione si impone.
L’Università, consapevole del suo ruolo e della sua storia, richiama la Città a condividere
una valutazione, nell’intento di aprire un dibattito sereno che porti a revisionare alcuni
comportamenti o alcune scelte, individuali o collettive, per il bene della Festa.
La riflessione tocca alcuni aspetti della Corsa e della Festa. Per quanto riguarda la prima,
inevitabilmente, quanto avvenuto con i Ceri Mezzani, ci invita chiaramente a riflettere in
merito al tema chiusura del portone della basilica o alle sue modalità, pratica consolidata
che alcuni riferiscono a tradizione. E’ palese come quel momento venga percepito in
maniera totalmente diversa da diverse trasversali anime della città e sembri essere
divenuto il fine ultimo di una offerta corale della città al suo patrono. Elementi di
competizione, a volte di regolamento di conti aperti durante la corsa sembrano prevalere
sulla misura e sul buon senso, portando a rompere una sorta di patto non scritto che
“regola la chiusura del portone”, deroga evidente alla ritualità della corsa, che non può e
non deve avvenire ad ogni costo. Coralità e condivisione sono qualcosa cui la Festa ci
richiama, possono assumere forme diverse, ma rimangono centrali nella forma, nel
messaggio e nella sostanza della Festa dei Ceri in omaggio a S.Ubaldo. Nulla deve
mettere in discussione coralità, condivisione e unione forte che in tanti momenti si
rappresenta nell’abbraccio che cerca ciò che unisce e non ciò che divide.
Questo tema in senso generale va affrontato e condiviso, abbiamo tutti chiaro come la
Festa respiri il proprio tempo e come questa “contemporaneità” debba comunque essere
filtrata dai valori universali, dalle regole e dalle forme che esse hanno assunto. A volte
basta farsi guidare semplicemente dal buon senso e dalla misura.
E non può esserci, a nostro giudizio, giustificazione per aver strappato a dei giovani
ceraioli un momento bellissimo della Festa, imponendo, alcuni a tutti, la eliminazione di
una parte del rito, danneggiando la statua del Santo, smontando in fretta il Cero e
correndo via, rompendo il patto di lealtà verso il Cero di S. Giorgio che era riuscito ad
impedire, anche in questo caso perdendo di vista buon senso e misura, la chiusura del
portone. Quello è stato non un momento di coralità, ma uno strappo rispetto anche alle
generazioni dei più giovani ceraioli, negando una comunione di gioia in quel momento
non coerente con la Festa, con la religiosità che la permea, con la tradizione, con la
comunità degli animi che si predica dai pulpiti. E allora delle due l’una: o si lascia questo
stato di cose che sta andando – però – verso una innegabile esasperazione con esiti
incertissimi; oppure tentare delle modifiche, dei ridimensionamenti, condivisi e giusti.
E se non sappiamo cosa fare, o se siamo tentati di non fare nulla pensiamo invece che
nella nebbia delle scelte dobbiamo tenere il timone dritto verso una metà irrinunciabile:
che la Festa sia migliore, nella sua bellezza, nella sua capacità di tenerci uniti, oltre i colori
diversi della camicia.
In ultimo non dobbiamo neanche ignorare anche certi comportamenti di totale rottura di
limiti anche su altri fronti. Inutile sdegnarci per la musica rock a tutto volume a coprire i
suoni della Festa o addirittura del campanone , se poi non sappiamo dimostrare che
questa Festa ha il suo rigore, il suo ordine, che non è poter fare quello che si vuole, ma
quello che è giusto fare nel festeggiare.
La gioia ha molti modi per esprimersi, e i tempi cambiano abitudini e modi, ma dobbiamo
anche recuperare un binario giusto e di giusto modo di fare; come i tentativi di mettere
ordine nella sfilata che stanno dando dei buoni risultati. C’è ancora da fare e ci vorrebbe
maggiore collaborazione e in altri momenti della Festa anche responsabilità personale per
evitare di correre rischi personali (abbiamo tutti chiare le immagini della scalea di Palazzo
dei Consoli la prima domenica di maggio) che possono diventare rischi per la Festa.
Questa lettera vuole essere solo un modo di avviare un dibattito che possa guidare verso
un modello migliore, evitando le cosiddette “derive” e sperando che possa portare ad
esaltare la Festa ed il modo di viverla; sappiamo bene che questo non è facile ma non
sfuggiremo alla nostra responsabilità di dirlo e di perseguirne il risultato, contando su tutti
coloro che ad essa tengono come noi con amore infinito, quale parte della nostra stessa
identità.

