È appena passato sant’Andrea e sta per arrivare san Nicolò. O, meglio: la ricorrenza del 30 novembre è trascorsa ma sant’Andrea a casa mia non è passato. San Nicolò sì, dovrebbe passare.
La mattina del 30 novembre, per i bambini che vivono in provincia di Viterbo, al momento del risveglio l’urgenza non è quella di fare una bella colazione ma è quella di correre a controllare che sant’Andrea, patrono dei pescatori, sia passato da casa e abbia lasciato loro un bel pesce di cioccolato.
La sera prima, infatti, i bambini sistemano in un vassoio sul tavolo della cucina alcuni mandarini e un bicchiere d’acqua, per rifocillare sant’Andrea durante il suo viaggio e al mattino sperano di scorgere già da lontano il luccichio della carta colorata che avvolge i pesci di cioccolato generosamente donati dal Santo.

Generlamente gialla, rossa, blu, verde o rosa acceso, la fine stagnola che avvolge il pesce negli anni ha assunto toni più eleganti, si è fatta anche dorata, verde pastello, rosa tenue.
Colori desaturati, un po’ perché è la moda degli oggetti destinati all’infanzia negli ultimi anni ma anche perché il pesce di sant’Andrea, in realtà, s’aspettano di trovarlo sul tavolo anche i “bambini” un po’ più cresciutelli.
Di tutte le età e di qualsiasi genere, chiunque spera di avere in dono quel dolce che contiene sempre una sorpresa, casuale e da ragazzini nei pesci di cioccolato preconfezionati oppure ben congegnata, per esempio, da un fidanzato che chiede a sant’Andrea di poter nascondere un piccolo gioiello nel ventre del pesce.

Io vivo a Gubbio ormai da qualche anno e sant’Andrea mi manca molto.
Il mio primo 30 novembre da eugubina, il santo pescatore s’è messo una mano sul cuore e m’ha lasciato un pesce di cioccolato al vecchio indirizzo di Vetralla.
Anzi, ha fatto di meglio e c’ha messo tanta buona volontà: ha lasciato due pesci, uno per me e uno per G., il mio compagno eugubino, un po’ per gentilezza, un po’ per fargli conoscere questa usanza e un po’ (a me piace pensarla anche così) per instradarlo a questa dolce usanza.
Ora, le ipotesi sono varie: vuoi che sant’Andrea ad arrivare fino a quassù non ce la fa, ché la E45 è tutta un cantiere ed è complicato, vuoi che il proposito di farsi aiutare dal mio compagno non ha funzionato, o perché certe usanze o le assorbi da bambino o te le dimentichi o vuoi perché a Gubbio i pesci di cioccolato non si trovano facilmente… Insomma, io, da quella volta, non ho mai più ricevuto il pesce colorato.
Ma è davvero così? Veramente le tradizioni ti rimangono attaccate addosso solo se qualcuno te le fa camminare accanto per tutta l’infanzia? Sì, in parte.
Forse, però, è anche questione di carattere.
Io, per dire, ho fatto mia una tradizione eugubina che il mio autoctono compagno ignorava completamente. Un giorno è tornato a casa e mi fa: “ho incontrato il mio amico Y, tutto trafelato, perché domani è l’8 dicembre e quindi doveva correre a comprare mutande e calzetti nuovi. Y m’ha detto anche: sennò chi la sente mi’ madre!? Fra poco mi telefona e mi chiede se ho preso tutto!“.
G., chiedendo lumi all’amico, ha scoperto di questa tradizione locale che prevede di indossare biancheria intima nuova l’8 dicembre, nel giorno dedicato alla Madonna.
Presa! Acquisita! Mamma mia, quanto m’è piaciuta!
Chissà perché lui non ne sapeva niente? Manco a dire che sia un tipo che di storia locale se ne infischia…
Sarà una tradizione circoscritta e legata solo ad alcune zone della città? Può capitare! Oppure, la signora che l’ha inculcata al figlio l’ha importata da fuori? Diventerebbe il mio idolo. Pure io voglio importare usanze!
Io, ogni anno a novembre, voglio prendere in ostaggio una pasticceria tirata a sorte e costringerla a prepararmi un pesce di cioccolato avvolto nella stagnola colorata! Poi, se proprio volessero strafare, potrebbero affidarlo a G. e dirgli di farmelo trovare sul tavolo della sala da pranzo. Io sarei pronta a fingere stupore e sorpresa!
Quanto mi manca, questa piccola e dolce consuetidine. O, forse, mi manca un altro tipo di dolcezza. Non quella che solletica le papille gustative ma quella che si scioglie piano piano in qualche punto indefinito al centro del petto e cola ad avvolgere il ventre, scaldandolo.
E allora ho voluto acquisire pure la tradizione eugubina di san Nicolò! Dalle mie parti non esiste ma appena ho saputo di questo generoso santo che la notte fra il 5 e il 6 dicembre passa a lasciare dolci o piccoli giochi ai bambini, mi sono sentita entusiasta.

Ho già pronta una scatolina di latta, con dentro delle sagome in legno a forma di pesci vari. Ogni pesce ha un piccolo tassello magnetico, che fa il paio col suo opposto, sistemato a mo’ di amo alla fine delle canne da pesca incluse nella confezione. Pure le canne hanno il manico di legno e un filo di stoffa. Anche in questo caso, tutti colori tenui e desaturati e in materiali naturali, per carità.
È un giochino un po’ antico ma quando l’ho visto, per caso, al supermercato, l’istinto mi ha detto di prenderlo. Oppure il mio inconscio ha scelto dei pesci, per legare tutto quanto? Chissà.
Comunque, speriamo che la piccola persona che spero di instradare alle tradizioni lo apprezzi.
Veniamo al dunque.
San Nicolò, io vengo da fuori e non lo so se tu di notte spizzichi ed eventualmente cosa ti piace. Io, nel dubbio, ti lascio qualche mandarino. Anzi, vanno bene le clementine? A casa ho quelle, ci piacciono di più. Portane un paio anche a sant’Andrea, ti prego.
E digli di organizzarsi con un delivery anche su Gubbio, grazie!
P.S. Un giorno farò outing e confesserò al mondo e ai miei fari nel buio, la nostra preziosa pedagogista eugubina Nicoletta e le amiche di quel negozio per bambini in centro, che io… Be’, sì, io… Ho comprato anche giochi di plastica, rosa shocking, verde fluo, che emettono suoni e lampeggiano pure! Sì, sono una figlia della pedagogia nera!

