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Paolo Calabresi apre la stagione di prosa al Teatro Luca Ronconi di Gubbio con “Tutti gli uomini che non sono”

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Lunedì 19 ottobre, l’attore Paolo Calabresi ha portato in scena al Teatro Comunale Luca Ronconi di Gubbio Tutti gli uomini che non sono, tratto dal suo omonimo libro, uno spettacolo che ha inaugurato il cartellone teatrale eugubino, dando ufficialmente il via alla nuova stagione. Prossimo appuntamento il 4 novembre 2026 con “Eumenidi. Tutta, tutta del padre io sono“, tratto da Eschilo e diretto da Serena Sinigaglia.

Che cosa ci fanno Nicolas Cage, John Turturro e Marilyn Manson sullo stesso palco, nella stessa serata? La risposta la si può trovare nelle doti trasformiste di Paolo Calabresi, che nel corso degli anni, nella vita vera e all’insaputa dei più è stato capace di assumere le sembianze di personaggi celebri realmente esistenti, dando vita a beffe sorprendenti.

Dalla famosa apparizione nei panni di Nicolas Cage a San Siro, accolto con tutti gli onori del caso dall’allora amministratore delegato del Milan Adriano Galliani, fino alle successive incursioni nei panni di altri volti noti, le sue performance hanno trasformato il confine tra interpretazione e realtà in un terreno di gioco imprevedibile.

Eppure, dietro queste operazioni camaleontiche, c’è qualcosa che va oltre il gusto della beffa e il piacere di sorprendere. Sin dalle prime battute, lo spettacolo riconduce l’origine di queste imprese paradossali ad una fase dolorosa della vita dell’attore, segnata da un lutto repentino.

È attraverso questo passaggio che la vicenda assume una sfumatura diversa: indossare i panni di qualcun altro non sembra più soltanto un esercizio di bravura o un gioco estremo, ma diventa piuttosto un modo per sottrarsi, per quanto possibile, al peso della propria identità.

Diventare un altro, entrare per un breve lasso di tempo in un una vita che non è la propria: quanto c’è di gioco e quanto, invece, c’è di bisogno in una scelta del genere?

È uno degli interrogativi più interessanti che la storia di Calabresi porta con sé. La maschera, del resto, non è soltanto qualcosa che nasconde; talvolta può diventare un prezioso strumento per affrontare ciò che non si riesce ad esprimere direttamente. E il mestiere dell’attore finisce qui per sconfinare nella realtà, in una zona ambigua in cui la finzione oltrepassa il palcoscenico e rende indistinti i confini della verità.

Questa scelta arriva a coinvolgere anche la famiglia e, in particolare, travolge il rapporto con la moglie Fiamma, interpretata da Carolina Di Domenico. La sua presenza gentile e discreta accompagna il racconto dall’inizio alla fine, riportando al centro la dimensione più intima della vicenda e le ripercussioni che si riversano sulla vita privata dell’attore, in quel momento padre di quattro figli piccoli. Il rapporto di coppia diventa così una chiave importante per osservare le conseguenze di questo continuo gioco di ruoli, in cui il confine tra verità e finzione si fa sempre più labile.  Accanto ai due interpreti, scorrono sui monitor presenti sul palco i filmati reali che mostrano le varie performance e si intrecciano così alla narrazione scenica, ricostruendo le imprese di Calabresi e alimentando il gioco di sovrapposizione tra ciò che è accaduto davvero e ciò che prende forma sul palcoscenico.

Il risultato diverte, le trasformazioni incuriosiscono e lasciano increduli e la capacità dell’attore di muoversi tra identità differenti contribuisce indubbiamente al fascino dello spettacolo.

Eppure, quando cala il sipario, rimane una sensazione di perplessità; la storia è accattivante ma la sua resa teatrale sembra talvolta fermarsi al racconto autobiografico, alla successione di episodi incredibili e assurdi, che fanno molto ridere, senza riuscire però ad andare oltre.

Quanto di ciò che siamo dipende dalla nostra identità e quanto dallo sguardo degli altri? Che cosa ci spinge ad indossare una maschera, fino al punto di abitare vite che non sono la nostra?

Sono tutte domande che avrebbero meritato maggiore respiro e profondità all’interno dell’arco narrativo; la risata infatti è uno strumento estremamente potente per riflettere sulle questioni più delicate. Tuttavia, a volte, ci si aspetta che riesca ad aprire una porta, anziché limitarsi ad indicarla.

Tutti gli uomini che non sono porta sul palco una vicenda fuori dall’ordinario e lascia intravedere, dietro le maschere, una fragilità umana che avrebbe molto da raccontare. Resta, tuttavia, la sensazione che tra la ricchezza della storia reale e la sua traduzione teatrale ci sia una distanza non del tutto colmata. Perché in fondo la domanda più interessante non è soltanto come si possa riuscire a diventare qualcun altro ma, piuttosto, che cosa accade dentro ciascuno nel momento in cui sentiamo il bisogno di non essere più noi stessi. Ed è forse proprio lì, in quella zona fragile tra la maschera e la realtà, che il teatro avrebbe potuto trovare il suo spazio più autentico.

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